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Islanda e la crisi

Come ha affrontato l'Islanda la crisi tra miti e verità come realmente sono andate le cose in Islanda

Islanda crisi: Le verità sulla crisi dell' Islanda davvero la cura islandese è stata efficace
Islanda crisi
Le verità sulla crisi dell' Islanda davvero la cura islandese è stata efficace

Islanda crisi debito e default, rivoluzione e risorgimento; illusioni ed approssimazioni, miti e leggende sulla soluzione della crisi in Islanda.

E' incredibile, impressionante ed un po' spaventoso; digitando su un qualsiasi motore di ricerca frasi del tipo: "L'Islanda esce dal Fondo Monetario Internazionale" o le sue varianti "Islanda abbandona FMI" oppure "Islanda esce ufficialmente dal Fondo Monetario Internazionale" si ottiengono decine di migliaia di risultati. Altra versione della leggenda: "L'Islanda si libera dal FMI" idem con molteplici varianti, troviamo più di centomila tra Siti, giornali e pagine web che in coro affermano falsità su come realmente sia stata affrontata la crisi in Islanda. Eppure basterebbe controllare e verificare dando un'occhiata alle fonti quali, ad esempio, il sito ufficiale del FMI oppure quello del Ministero degli Esteri islandese; si scoprirebbe che le cose non stanno esattamente come tanti dicono, l'Islanda non è mai uscita dal FMI e non lo ha mai abbandonato né rinnegato, neanche i funzionari del FMI hanno lasciato il Paese. Pare che l'entusiasmo di come la piccola Islanda abbia affrontato la più grave crisi della sua storia millenaria abbia travolto un po' troppo gli italiani, probabilmente poiché oppressi dall'ennesima crisi della loro storia appena centocinquantenaria.

Da diverso tempo, mesi se non anni, si susseguono appelli a fare come l'Islanda ad imitare la via islandese ed a non pagare il debito, proprio come ha fatto l'Islanda.. Il tutto condito da descrizioni epiche della piccolissima nazione, da un popolo che sconfigge ed espelle dal suolo patrio, sbeffeggiandoli, i crudeli avidi ed ingordi eserciti del Fondo Monetario Internazionale. Però le cose non sono andate esattamente così; vediamo come mai e proviamo ad analizzare alcune affermazioni che circolano in Rete e su alcuni giornali, ponendoci tre quesiti: Su quel che si dice dell'Islanda cosa è vero e cosa non lo è? Effettivamente che è successo in Islanda? Si può paragonare l'Islanda con l'Italia e si potrebbe fare come hanno fatto gli islandesi?

Cosa si vocifera sull'Islanda, cosa è vero e cosa non lo è nella gestione della crisi islandese

l'Islanda ha lasciato il FMI?

Islanda non ha lasciato proprio un bel niente, anzi di quell'organizzazione è uno dei ventinove Paesi fondatori e si impegnò a fondarla nel 1945, ad un solo anno dalla sua indipendenza dalla Danimarca. Oggi rimane a tutti gli effetti una nazione aderente al FMI, con la sua piccola quota di capitale sottoscritto pari a 117 milioni di "Diritti" ed il suo diritto di voto, la pacifica accettazione di tutti i vantaggi e degli obblighi che comporta l'adesione.

l'Islanda ha espluso il FMI dal suo territorio, ovvero il Fondo Monetario Internazionale ha abbandonato l'Islanda

Il rappresentante permanente del FMI a Reykjavik, Franek Rozwadowski, non si è mai mosso dal suo ufficio che si trova in viale Hverfis 4a; l'equivoco parte dal fatto che i funzionari speciali del Fondo hanno monitorato la situazione per tre anni e poi se ne sono tornati da dove erano venuti.

l'Islanda ha deciso di fare da sé

Macchè! Travolta dalla crisi economico finanziaria sin dal 2008 l'Islanda ha chiesto aiuto a tutto il pianeta ed in particolare proprio al Fondo Monetario Internazionale, con il quale ha contrattato ed ottenuto, nel novembre del 2008, un prestito di 1 miliardo e 400 milioni di SDR che, al cambio attuale, sono più o meno un miliardo e 630 milioni di euro; questo per una popolazione di soli 350 mila abitanti, altro che fare da sé!

L'Islanda non paga il debito

Di quale debito si sta parlando? L'Islanda di debiti ne ha principalmente due; uno è quello del miliardo e passa verso il FMI e lo paga, eccome che lo paga! E pure con un tasso di interesse piuttosto elevato. Tutto ciò è verificabile sul trasperente Portale del Fondo Monetario Internazionale. Il secondo grande debito islandese è quello contratto dalle sue banche, tra le quali in particolare la Landsbanki, con istituti bancari e cittadini stranieri che avevano comprato obbligazioni o sottoscritto fondi di investimento. Nel dettaglio sono rimaste al palo banche inglesi ed olandesi con tutti i loro clienti; ma si calcola che anche circa 100 mila italiani ne siano rimasti coinvolti attraverso Cariparma con Po Vita e ancora Carige Vita, Ergo Previdenza, Quadrifoglio Vita, Sasa Vita, Ubi Vita.. Tutte vendevano prodotti legati in qualche modo all'economia islandese.

Questo debito privato in effetti ha scatenato polemiche internazionali e nazionali, interne, ma nessuno deve aver paura di non riavere i propri soldi, sarà pagato; lo stanno pagando già da tempo grazie ad accordi tra i Governi, poiché le banche islandesi sono state nazionalizzate e quindi il debito è passato allo Stato islandese, mentre nel Regno Unito e nei Paesi Bassi le banche coinvolte sono state garantite dai rispettivi erari ed adesso incamerano quel che l'Islanda via via nel tempo restituisce. In Italia le perdite sono state ammortizzate dal Fondo di Garanzia; se l'Islanda non si impegnava a pagare avrebbero mandato sul lastrico i piccoli risparmiatori ed i pensionati europei; sarebbe a dire che erari e Fondo di Garanzia non sarebbero intervenuti.

In Islanda non hanno fatto pagare la crisi al popolo

Ci sono stati due referendum popolari in Islanda, indetti in anni diversi, che hanno bocciato gli accordi di rientro del debito verso il Regno Unito ed i Paesi Bassi, ma questi comunque rivogliono i loro soldi. Il fatto che il popolo sovrano abbia detto no a questi accordi, oltre a mettere un po' in imbarazzo il loro Governo, non ha eliminato il problema, lo ha solo spostato. Sono stati sequestrati tutti i beni islandesi all'estero e l'Islanda nel momento del default, cioè quando ha detto che non poteva più pagare, venne messa nella black list tra nazioni canaglia, gruppi terroristici come Al Qaida ed altri bannati dall'economie mondiali; tutti i suoi beni mobili ed immobili vennero bloccati e pignorati ed oggi si passa a venderli ed a distribuire i proventi ai creditori. In particolare verranno messi in vendita dalle autorità britanniche la quote islandesi in catene distribuzione di surgelati, nella catena di negozi di giocattoli Hamlyes, quelle nel gruppo di gioielleria Aurum e nei grandi magazzini House of Fraser. Il presidente della Repubblica Islandese, Ólafur Ragnar Grímsson, eletto nel 2008, ha preso personale impegno affinchè queste vendite avvengano speditamente, per poter così restiture tutto quanto dovuto ai britannici ed agli olandesi; d'altronde non poteva dire o fare altro visto che un tribunale di Reykjavik ha stabilito, nell'aprile del 2011, che i depositi britannici ed olandesi hanno la priorità sui soldi dovuti ai titolari di obbligazioni locali. Queste cose sono rintracciabili in Rete, ma sono elementi assenti nel copia incolla di quotidiani e blogger italiani.

In Islanda solo i cattivi hanno pagato la crisi

A prescindere da chi siano i cattivi, l'Islanda è un Paese di tutti parenti e amici che aveva preso a vivere di speculazione su cambi e spread; è pur vero che responsabili e dirigenti di banche e finanziarie sono stati processati, condannati e costretti a pagare fior di quattrini per cercare di recuperare e tappare la falla, ma è anche vero che dal 2008 ad oggi in Islanda il popolo ha subito manovre finanziarie di grande entità; di livello superiore a quelle spagnole, portoghesi, italiane ed irlandesi. Lo Stato islandese ha diminuito i trasferimenti verso le amministrazioni e le comunità locali, permettendo loro di imporre una addizionale sui lavoratori dipendenti; i redditi da capitale sono stati tassati al 20 percento mentre prima erano al 18, lo stesso aumento è stato applicato alle imposte sulle imprese. E' stata alzata del 1,5 percento l'aliquota sui redditi, sono state introdotte o alzate di molti punti percentuali le accise su alcolici, tabacco e benzina ed una pesante carbon tax è andata a colpire le enormi industrie dell'alluminio che, da sole, consumano il 30 percento dell'energia elettrica.. Fortuna che è prodotta in grande quantità. Le imposte sulla previdenza sociale sono passate dal 5 al 7 percento, l'IVA è salita sino al 25.5%; se non è questa una stangata vera e propria! Ma quando un Paese è in crisi purtroppo pagano tutti.

Appurato dunque che non è vero che banchieri internazionali e Islanda hanno divorziato, che non è vero che l'Islanda il debito non lo paga, che non è vero che la gente comune non ci ha rimesso; si deve cercare di capire cosa allora è successo in Islanda per far entusiasmare così tanto gli italiani.
La crisi islandese del 2008 è stata ed è ben diversa dalle attuali crisi europee ed è ovvio che diverso è stato l'approccio per risolverla. E' vero c'è stata una mobilitazione generale dei cittadini ma questi essendo circa 350 mila, come detto prima, sono tutti parenti e amici; mobilitazione che ha portato alla caduta del Governo ed a nuove elezioni. E' stata scritta una nuova costituzione con la possibilità di ognuno di commentare i lavori della costituente in Rete via internet. l'Islanda dopo essere precipitata in un baratro s'è ripresa e sta tornando lentamente ad essere un Paese ricco e tranquillo.

Tutto ciò lo illustra il Fondo Monetario Internazionale che, dopo aver salvato la vita stessa degli islandesi, lì ha assistiti fino allo scorso agosto ed ha poi stilato un accurato resoconto delle azioni del Governo. Leggendo le relazioni del FMI si apprende che il successo dell'Islanda nel tirarsi fuori dai guai della crisi, è dovuto in sostanza alla sua sana e responsabile società, dalla quale è scaturita una sana e responsabile classe dirigente attenta a non sprecare una corona ed a distribuire con la massima equità i sacrifici, in un'ottica di contenimento del danno e massimizzazione delle opportunità. I politici ed economisti islandesi hanno ideato un piano coerente, limpido e chiaro con obiettivi precisi e realistici; non hanno lasciato niente al caso e questo, prosegue la relazione, ha significato che:

  • Quando i Paesi hanno una strategia chiara in mente, come è accaduto in Islanda, diventa molto più facile per il FMI coinvolgere gli attori e fornire sostegno politico e consigli;
  • ci sono chiari vantaggi ad avere un approccio eterodosso, ossia più strumenti sono meglio di pochi;
  • Islanda ha dato l'esempio di come si possa preservare e addirittura rafforzare, lo stato sociale durante la crisi;
  • l'attenzione per i deboli, il non scaricare sulla collettività tutti i costi, ma cercare di farli pagare a chi più avesse responsabilità, ha dimostrato che i Paesi tendono a crescere più rapidamente ed in modo più coerente laddove la distribuzione del reddito è più equa;
  • il governo ha dovuto usare il proprio bilancio per ricapitalizzare le banche e ricostruire il sistema finanziario. Questo significa che il debito pubblico è diventato molto alto, ma quando una politica è solida ed onesta ciò non scoraggia gli investitori;
  • gli islandesi sono tornati a lavorare, abbandonando l'illusione di poter essere tutti speculatori e risollevando i tre comparti chiave del Paese, idro-geotermia, pesca, turismo. Il comparto finanziario si è ridotto dell'80 percento e questo è visto come un bene per tutta la nazione.

Questi e non presunte rivoluzioni anticapitaliste sono i successi dell'isola nordica; rigore, chiarezza negli obiettivi, valorizzazione delle risorse e sostegno costante ai più deboli, tagliando tutto tranne che il welfare che anzi ha sorretto e sostenuto i disoccupati, le persone a basso reddito ed i pensionati per impedire che si creassero sacche di povertà.

Ora rimane il quesito dei quesiti, ovvero la domanda più pregnante che in questi tempi affascina il popolo italiano:

E' possibile in Italia fare qualcosa di simile all'Islanda?

In massima parte no, non è possibile; le differenze sono troppe. Innanzi tutto l'Islanda non ha l'euro come valuta, né le regole che ne conseguono, né una BCE che deve salvaguardare gli interessi di tutti i Paesi dell'area euro; quindi l'Islanda ha potuto attuare politiche monetarie, di cambio e di deficit che non sono possibili in Italia. L'Islanda neanche fa parte dell'Unione Europea quindi non è costretta da trattati neanche ai più elementari vincoli di solidarietà e reciprocità.. Ed infatti sta dilazionando negli anni il pagamento dei suoi debiti.

I debiti lasciati dal fallimento delle banche islandesi ammontavano a qualche decina di milioni di euro, cifra sulla quali si può facilmente trattare; mentre i titoli italiani detenuti all'estero ammontano a centinaia di miliardi ed anche solo l'annuncio di un ritardo nel rimborsarli di pochi mesi manderebbe a picco ed a gambe all'aria l'intera economia europea e probabilmente ne risentirebbe molto anche quella mondiale per l'effetto domino che ne conseguirebbe.
La nazionalizzazione delle banche islandesi è stata rapida, facile e sostanzialmente poco dispendiosa poiché le banche erano solo tre e con Consigli di Amministrazione (CdA) chiari ed un azionariato facilmente ricostruibile; provate ad immaginare cosa sarebbe, nella giungla di scatole cinesi e di ruoli sovrapposti, la nazionalizzazione od il controllo da parte dello Stato italiano del sistema bancario del Paese.. Un'operazione praticamente impossibile.
L'Islanda aveva e tuttora ha, un immenso serbatoio di risorse naturali ed industrie di piccole dimensioni ma efficienti, attive e produttive. L'Islanda esporta energia, pesce, materie prime e molto altro ancora, grazie a quelle esportazioni ha ridotto enormemente il deficit; mentre l'Italia ha industrie in crisi, un calo ultradecennale della produttività, una crescita pari a zero, è costretta ad importare oltre l'80 percento del suo fabbisogno energetico. Tutto ciò che l'Italia esporta è prodotto dalla trasformazione di materie prime e materiali importati, se l'Italia andasse in default ed annunciasse difficoltà nel pagare il debito, allora nessuno gli venderebbe più nulla, neanche un grammo di caffè, un metro cubo di gas od un barile di petrolio.
Le spese italiane sono soprattutto dovute al sistema sanitario ed a quello pensionistico nonché per il mantenimento degli apparati pubblici, oltre che agli interessi sui titoli. Tutti comparti in totale disordine e disastro.. Mentre invece in Islanda i conti erano a posto da quasi un secolo.
La classe politica italiana è inefficiente, contradditoria, divisa, spaccata, impreparata e purtroppo gonfia di conflitti di interessi di ogni genere ed è affetta da un tasso di corruzione altissimo; non ha nessun credito all'estero, nessuno, neanche presso il FMI.
Nessuno nel mondo presterebbe un solo euro alla nostra classe dirigente, impedita nel prendere l'una o l'altra direzione per affrontare i problemi; e la sostituzione di un partito con un altro non cambia niente in questo senso, non per nulla per risolvere la nostra crisi sono andati al Governo tutti ministri non politici.
La differenza più grande tra Italia ed Islanda è che quest'ultima è un paese insulare, senza confini, senza problemi di immigrazione o di emigrazione; l'Islanda è un Paese costituito da una popolazione che, nel suo complesso, non raggiunge il numero di abitanti di una media città italiana e che si conoscono tutti di persona.. L'Italia invece è un Paese di oltre 60 milioni di abitanti, con un tasso di immigrati (e quindi di nuovi cittadini o residenti da inserire nel welfare) costantemente in crescita, con una delle società più divise dell'occidente e con enormi disparità tra le sue diverse componenti territoriali. L'Italia ha un'economia in nero, una economia criminale ed una corruzione tra le più alte del mondo; un'economia condizionata dalla grande rendita laica e vaticana e da Mafia, Camorra, 'ndragheta, Sacra Corona Unita.. La gestione idealistica della crisi e delle riforme della Costituzione con un referendum, plebisciti ed internet è sicuramente molto ingenua.

Facciamo un esempio, prendendo a riferimento il dibattito sull'eliminazione delle Province che va avanti oramai da circa tre anni.
Il FMI teoricamente potrebbe finanziare con un prestito i costi dell'operazione di trasferimento di competenze, od in alternativa i costi di mantenimento delle province stesse; basta che gli si presenti un piano definitivo nell'uno o nell'altro senso.. La cosa è impossile per via di una classe politica che ogni sei mesi annuncia una eliminazione, riduzione, ridimensionamento, accorpamento, trasformazione dell'ente territoriale.. Ma poi, puntualmente, torna sui suoi passi.

Cosa sarà dell'euro?

La moneta europea non può reggere in un sistema globale dove i dollari si stampano oltre necessità e gli euro in avarizia, legati a dei dati per garantire e mantenere parametri prefissati. Perché nessun economista o politico mette in discussione il metodo di come i Paesi zona euro presentano i conti (questi comprendono i debiti complessivi) con il metodo USA, che NON comprende i debiti dei singoli Stati federali. In Europa si dovrebbero presentare i conti con lo stesso "computo" utilizzato in America; allora le agenzie di rating sarebbero costrette a rivedere i loro bollettini e gli investitori, finalmente, saprebbero le differenze tra investire in Europa ed in USA.
Monti non andrà mai contro gli interessi dell'economia americana.. Eppure sarebbe la persona più adatta a sollevare queste questioni e far aprire gli occhi al mondo.


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