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Tributo a Gheddafi

Tributo a Gheddafi il riformatore

Muammar Gheddafi: Tributo al Colonnello riformatore
Muammar Gheddafi
Tributo al Colonnello riformatore

In tutto l'arco del suo compito di guida della Libia Gheddafi ha condotto due lotte, distinte e sovrapposte, verso alcuni dei suoi stessi connazionali filo americani e contro le forze esterne, gli esportatori di democrazia; entrambe Gheddafi le percepii come un ostacolo alla realizzazione della Libia che aveva in mente.
All'interno non è mai riuscito a conquistare il consenso necessario per rendere accettabili e sino in fondo comprensibili, i suoi obiettivi e sforzi. Fosse anche solo per questo, Gheddafi non è mai stato o diventato un vero e proprio rivoluzionario; ha precorso i tempi e gli sviluppi, non ha interpretato una classe, un'idea attuale o una nazione già formata. S'è cimentato in un'impresa impossibile proiettata nel futuro o nell'immaginario come una specie di auto-elite: Lo stesso limite dello scià Reza Pahlevi, che voleva fare dell'Iran la terza potenza mondiale. Il risultato non poteva che essere un fallimento.
Sull'altro fronte, le sfide lanciate all'imperialismo angloamericano, vecchio e nuovo, lo hanno logorato in una partita a somma zero: I suoi interlocutori hanno finto di stare al gioco chiedendogli contropartite tutt'altro che liberatorie; e siccome Muammar Gheddafi era un riformatore - la nazionalizzazione degli idrocarburi, la chiusura delle basi straniere, il mutamento dei rapporti fra Nord e Sud con mezzi leciti e illeciti - e non un semplice riformista, non è mai stato perdonato ed accettato da tutte le tribù libiche.
Il paese assente e passivo che Gheddafi raccolse, dopo il pallido regno di Idris, possedeva virtualmente tutti i requisiti di cui il giovane capo degli "ufficiali liberi" si valse per la sua politica: Il petrolio, lo spazio, la posizione strategica ed altro ancora. In pochi anni trasformò la Libia conferendole dal nulla un ruolo ed una visibilità d'alto profilo, forse sproporzionati, che gli meritarono in occidente un'ostilità a sua volta eccessiva date le possibilità reali della Libia, tanto più perché isolata e "diversa" dal nord Africa e dallo stesso mondo Arabo.

Gheddafi sopravvisse con il suo popolo ad una lunga sequenza di sanzioni ed embarghi, complotti e raids per farlo fuori; nella sua tenda di Tripoli o nel cielo di Ustica, Gheddafi non si è mai trovato faccia a faccia con il nemico a cui era stato assegnato il compito di eliminarlo. Non ci sarà nessuna icona paragonabile al corpo del Che freddato cinicamente dai militari boliviani a nome di un potere vicino e lontano; Gheddafi non è stato colpito neppure dalle bombe riversate sul suo bunker per giorni e settimane dalle potenze della Nato schierate di fronte alla Libia.
Il male della guerra non è la fine, che rappresenta il momento della catarsi come nella tragedia greca, ma l'inizio, quando tutte le scelte sono ancora aperte ed il corso degli avvenimenti viene indirizzato dagli uomini verso la soluzione sbagliata. La morte di Muammar Gheddafi suscita orrore e pietà ma nel frattempo sono morti tanti Ahmed, Ibrahim e Mustafa ed altrettanti Mustafa, Ibrahim e Ahmed, pur avendo avuto modo in passato di identificarsi nel Rais o di ricevere benefici dal suo regime come singoli o come membri della collettività, hanno sofferto troppo, hanno perso un padre od un fratello nella repressione o più semplicemente hanno avvertito all'improvviso il peso non più sopportabile della mancanza di libertà; libertà alla quale alcuni capi di Stato devono vigilare per non permettere eventi come quelli delle rivoluzioni colorate.
Il popolo sa essere spietato ma il popolo - a differenza dei dirigenti, mossi per lo più dall'opportunismo o dalla vendetta personale - è il parametro infallibile di successi ed insuccessi. Nella violenza contro un essere inanimato in quelle scene terribili di Sirte riaffiora quella medesima voglia di riappropriarsi del corpo del Rais; poco importa se amato oppure odiato, che nel giorno del funerale al Cairo, in un trionfo invece che nell'obbrobrio, concluse la vicenda terrena di Nasser, il modello che Gheddafi ha cercato di emulare. E' così che Muammar Gheddafi ha perso, dopo il fascino, il potere e la vita.

Potrebbe essere stato però un aereo o un drone della coalizione NATO - si pensa, poiché lo hanno ammesso, i Francesi - intervenuta, come ben si sa, ad attaccare il convoglio dei mezzi nei quali il Rais poteva essere, a far partire la bomba od il missile fatale, lasciando poi ai rivoltosi, perlopiù NON libici, intontiti dalla vittoria ormai prossima il compito di finirlo. In un'ultima perversa rivalutazione della Jamahiriya, la repubblica delle masse, l'onore o l'onere di macchiarsi dell'ultima ignominia.
In questo la morte di Muammar Gheddafi ricorda piuttosto la morte di Patrice Lumumba, assassinato da una squadra di sicari in cui figuravano, con tutti i mimetismi del caso, i suoi nemici interni ed un ufficiale belga. Nel 2011 come nel 1961 l'ONU ha svolto la parte "vile" di chi c'è ma guarda da un'altra parte. Il "pazzo di Tripoli", come certa stampa lo aveva nominato, ha resistito a quattro presidenti americani: Reagan, Clinton ed i due guerrafondai Bush; è caduto vittima del più "terzomondiale" dei presidenti americani così come il cadavere martoriato di Lumumba fu uno dei primi assilli del neo-presidente Kennedy, liberale e anticolonialista.
Dopo aver seguito con tanta passione l'assassinio in diretta di Osama Bin Laden, pare che Hillary Cliton abbia avuto un'altra scossa leggendo sul suo blackberry la notizia della morte di Gheddafi; ed ha qualche motivo per esserne fiera, essendo stata probabilmente lei a decidere a Washington la partecipazione alla guerra facendo decidere Obama per l'attacco alla Libia.

I capi degli Stati che hanno condotto la guerra contro Gheddafi, almeno quelli europei, avevano tutti alle spalle una più o meno lunga frequentazione del leader della rivoluzione libica. Con un atto di contrizione non richiesto Gheddafi nel 2003 aveva chiesto e ottenuto di rientrare nella legalità perché non voleva essere l'Iraq del Nord Africa anche se paradossalmente non è sfuggito allo stesso destino di Saddam Hussein, massacro dei figli compreso. Il "bel giorno" vissuto dalla Libia, secondo Sarkozy ed i suoi complici (Inghilterra, Stati Uniti d'America ed Italia) con l'uccisione di Muammar Gheddafi, contrasta con i giorni bui, quando Gheddafi era ospite dell'Eliseo - la prima visita ufficiale della Guida in un paese occidentale - od era abbracciato da Blair arrivato fino a Tripoli e naturalmente riceveva gli omaggi di Berlusconi, così come fecero prima di lui Andreotti, Dini e D'Alema.
Buon vicinato e Realpolitik in diplomazia non sono neppure disdicevoli in sé; molto peggio la retorica dell'aiuto promesso per contribuire a costruire la nuova Libia, tutta democrazia e concessioni petrolifere con l'aggiunta di qualche base militare per tenere a bada un'area che sta conoscendo un'evoluzione tumultuosa. Il ministro Frattini vuole dedicarsi in particolare a rifare le scuole.. E crediamogli!
Tutti hanno la certezza che la Libia sarà però come i precedenti, cioè Iraq ed Afghanistan.

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